In piazza per le quote rosa o la lapidazione di adultere sconosciute di altri Paesi Ma per non contraddire il governo tacciono quando i clandestini violentano a casa nostra
Le abbiamo viste mobilitarsi per giorni davanti allo spauracchio che le cosiddette quote rosa non passassero in Parlamento. Prima ancora invadevano le piazze per l’aborto e il divorzio. Oggi per i pacs o le droghe libere e per tante battaglie di modernismo mischiate a pruriti di libertà. Ma davanti a una delle conquiste più difficili, l’intima dignità della donna, loro non sembrano esserci quasi mai.
L’assist per ricordarci di un mondo femminista sordo a certi dolori ce lo fornisce la triste scia di stupri e violenze consumate da extracomunitari, spesso clandestini, contro donne italiane, alcune perfino giovanissime. Sono fatti recenti. Difficili da scordare. Purtroppo all’ordine del giorno. Molti dei quali passano nel silenzio delle stesse vittime poco disposte a denunciare la violenza subita. Numeri alla mano, se le aggressione contro le donne sono in costante crescita, gli episodi più crudeli sono opera di immigrati irregolari. Eppure quando ci sono di mezzo gli extracomunitari non si vede mai nessuno scendere in piazza a manifestare il proprio dissenso. A partire dalle battagliere associazioni femministe che preferiscono stare nell’ombra se gli stupri sono commessi da clandestini. Quasi non volessero dar fastidio al governo e a quella sinistra più radicale pro-immigrati ed evitare di passare da paladini dell’integrazione a fomentatori di razzismo.
Ma lascia storditi vederle diventare cieche di fronte al dolore delle donne violentate e alla rabbia sessuale dei loro aguzzini. Dal mondo femminista ti aspetteresti una presa di posizione dura, una raccolta di firme, uno straccio di corteo, quantomeno una riflessione su ciò che sta accadendo nelle piccole e grandi città di questo Paese spaventate da episodi di ordinaria follia contro le donne. Nulla di tutto ciò. Meglio la prudenza così da evitare di poter passare per stupidi razzisti. Meglio il silenzio per dimostrare la propria vicinanza ad un governo che vorrebbe gli extracomunitari abili e arruolati per il voto.
Scriveva ieri Elisabetta Rasy sul Corsera: «Non possiamo batterci contro la lapidazione in Nigeria e non riconoscere quello steso disprezzo mortifero della vita femminile quando opera sotto casa nostra, alla fermata dell’autobus… Non è questo, forse, una forma di colonialismo morale? Non è un danno grave agli immigrati non stupratori, non violenti?». E chiude chiedendosi che cosa vogliamo integrare e cosa vogliamo integrarci: «All’umanità di chi viene da mondi diversi, o alla loro – e dunque alla nostra – disumanità?».
E’ il silenzio del mondo femminista, sempre pronto a scendere in piazza a difesa dei diritti delle donne, a far paura. A farci capire che nel nome dell’integrazione e di un multiculturalismo a volte “strausato” sono capaci di chiudersi dentro se stesse. E’ l’errore di chi pensa più a qualche equilibrio politico che al vero compito per cui è chiamato: la difesa della dignità e dei diritti più elementari delle donne. Di conquiste sudate e vinte in anni di battaglie che oggi rischiano di lasciare campo aperto al falso perbenismo. Di chi rischia di discriminare un sesso per non discriminare un immigrato.
La questione del silenzio delle associazioni femministe turba e non poco davanti agli ultimi violenti episodi che le cronache hanno portato alla ribalta. Si è scelto di non far rumore quando sotto i riflettori finiscono clandestini stupratori. Nel nome dell’integrazione. Di un perbenismo dilagante che fa male a tutti. Donne in testa. Perchè il rischio è solo quello di integrarci alla loro concezione della donna. Fino al pericolo di assuefarci ad una spirale di violenza incivile e senza fine. Per questo le nostre associazioni femministe le avremmo volute vedere nelle piazze d’Italia a gridare il loro dissenso. E non solo quando di mezzo ci sono mariti italiani infelici e pazzi. Non una voce di dissenso, non una parola di condanna. Un riserbo quasi totale per conservare agli occhi dell’opinione pubblica la faccia di chi vuole passare come il paladino dell’integrazione e del multiculturalismo. Di chi non vuole dare fastidio al governo di centrosinistra.
Ieri le femministe lottavano per salvare dalla lapidazione adultere di paesi sconosciuti. Oggi stanno in silenzio di fronte alla brutalità di clandestini contro donne italiane.
Di brutte storie di abusi famigliari ne siamo strapieni anche noi italiani. Ci mancava soltanto il dolore aggiunto provocato dalla follia degli immigrati nei confronti delle donne. E il silenzio di chi continua a far finta di non vedere. Una tragedia nella tragedia. Di un Paese che potrebbe svegliarsi integrato nella violenza di immigrati stupratori. La storia della giovane Hina, uccisa dal padre pakistano perchè aveva un fidanzato italiano e una vita da occidentale, è la spia della difficoltà di molti stranieri a integrarsi nella società italiana. Le violenze alle nostre donne e il silenzio delle associazioni femministe diventano poi la fisiologica conseguenza. Di chi disprezza la vita e di chi non fa più nulla per difenderla per non fare la figura del razzista.
SIMONE GIRARDIN da La Padania
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