In Iraq come in Afghanistan: adultera lapidata

Come nell’Afghanistan dei talebani, in Iraq una giovane donna accusata di adulterio è stata lapidata pubblicamente dai seguaci di Al Qaeda. Condannata a morte dai guerriglieri islamici legati a Osama Bin Laden, la ragazza, di 22 anni, è stata uccisa attraverso la lapidazione nella cittadina di Al-Qaim (320 km a nord-ovest di Baghdad).

A riferire la notizia sono state fonti giornalistiche nella capitale irachena. Citando un medico di Al-Qaim che ha voluto restare anonimo, le fonti hanno precisato che nei giorni scorsi l’adultera è stata lapidata di fronte all’intera popolazione della cittadina a ridosso del confine con la Siria, chiamata ad assistere all’esecuzione come facevano i cosiddetti “Studenti di Allah” in Afghanistan.

La lapidazione è un tipo di pena di morte, diffusa fin dall’antichità, nella quale il condannato è ucciso attraverso il lancio di pietre. Spesso tale supplizio avviene con la partecipazione della folla. Usata fin dall’antichità per punire adultere, prostitute, assassini e, nella tradizione islamica anche gli apostati e gli omosessuali, la lapidazione, è ancora oggi presente nella giurisdizione di alcuni Stati musulmani, come Iran, Nigeria, Arabia Saudita, Sudan, Emirati Arabi Uniti, Pakistan, Afghanistan e Yemen, il cui diritto è strutturato sulla legge coranica.

Il condannato viene solitamente sepolto nel terreno fino al collo, o bloccato in altri modi del genere e colpito dalle pietre scagliate dalla gente. La morte può essere causata da danni al cervello, da asfissia o da una combinazione di ferite, mentre la persona può essere colpita più volte senza perdere conoscenza.

Sempre nella parte occidentale dell’Iraq, i militanti di Al Qaeda, raccolti nel Consiglio dei Mujaheddin, hanno distribuito volantini vicino alle moschee e alle scuole della cittadina di Hit, in cui hanno intimato alle ragazze dai 14 anni in su di non frequentare le scuole. Nei volantini gli estremisti musulmani hanno inoltre vietato l’istruzione mista nelle scuole di ogni grado e hanno minacciato di morte chiunque violerà il divieto.

Dalla Somalia giunge intanto notizia di un’altra condanna a morte lanciata da radicali islamici contro un gruppo di musicisti colpevoli solo di praticare la loro arte, quella della musica. Si tratta di otto membri della Commissione nazionale per la musica della Somalia, affiliata all’Unesco, condannati alla pena capitale dalle Corti islamiche che hanno sottomesso il Paese alla sharia, la legge coranica. Le vittime della fatwa sono musicisti e musicologi, tra cui tre donne, che 24 ore dopo la condanna a morte sono riusciti a fuggire in Kenya, abbandonando le loro famiglie, per scampare alla furia degli integralisti di Moametto.

Ne parla Magdi Allam sul Corriere della Sera, spiegando che «la fatwa delle Corti islamiche è stata emessa dopo un raid contro la sede della Radio dell’Africa Orientale a nord di Mogadiscio, che abitualmente trasmetteva musica per la capitale e nei dintorni. È stata definitivamente chiusa. L’11 settembre scorso un’altra incursione contro Radio Jowhar, sempre a Mogadiscio, ha portato all’abolizione totale dei programmi musicali. Da allora è autorizzata a diffondere solo il Corano, dottrina islamica e i notiziari ufficiali».

«Gli estremisti islamici somali – continua Allam – sulla scia di quanto fecero i talebani in Afghanistan nel 1996, hanno già chiuso tutti i cinematografi, messo fuorilegge i film, proibito la visione della televisione nei luoghi pubblici, vietato le celebrazioni dei matrimoni che contengano canti o danze, imposto ovunque la segregazione sessuale. Stanno cioè distruggendo dal di dentro la persona per trasformarla in un robot al servizio del loro potere dittatoriale ammantato di islam. Ma a quanto pare tutto ciò non interessa a nessuno. Tranne che a Bin Laden. Perché lì potrà probabilmente rilanciare il suo sogno del califfato islamico».

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