“Noi sottoscritti, ci impegniamo, in vista delle prossime elezioni comunali di Lecco, a non sostenere un eventuale candidalo della Lega”. È il testo della congiura firmata da quattro “padrini” del Pdl lecchese in occasione dell’ultima tornata elettorale che ha segnato proprio la clamorosa sconfitta del viceministro alle Infrastrutture Roberto Castelli. Il documento, finora rimasto segreto, è stato pubblicato da Il Giorno e, oltre al pugnalamento di Castelli getta una nuova luce anche sullo sgambetto all’ex sindaco Antonella Paggi, guarda caso, coordinato dagli stessi ideatori di questa lettera d’intenti.
I firmatari del documento sono infatti Bruno Colombo, Luca Cesana, Giuseppe Pogliani e Stefano Chirico; espressione delle tre correnti del Pdl lecchese: dai Circoli della Libertà di Michela Brambilla (Colombo) a CL (Chirico). Lo scopo dell’intesa – siglata durante una riunione “riservata” nei giorni precedenti alla caduta della Giunta Faggi – era creare una lista civica composta dalle tre correnti del Pdl. Il risultato è stato un disastro totale: il Comune è passato al centrosinistra subito al primo turno e il Pdl ha dimezzato i propri consiglieri comunali. Già, perché la strategia dei congiuranti non si è limitata alla semplice fronda, ha previsto anche l’utilizzo in cabina elettorale del voto disgiunto.
“Volevano portarmi debolissimo al secondo turno – spiega Castelli – e costringermi cosi àd accettare qualunque cosa, in particolare il vicesindaco di area CL. Ma hanno fatto male i loro calcoli, la dose di veleno che mi hanno somministrato è stata letale e al ballottaggio non ci siamo neanche arrivati”. La pietra della discordia infatti è stato Stefano Chirico, già assessore all’Urbanistica nella Giunta Faggi e poi rimosso in seguito a violente polemiche con il sindaco. “Il Pdl lo voleva assolutamente come vicesindaco e si era già espresso pubblicamente su questo fronte, io però gli ho fatto notare che non era possibile nominare vicesindaco una persona sostituita in Giunta solo pochi mesi prima. Gli elettori non avrebbero gradito questo voltafaccia”. Visto quindi che per vie “ufficiali” ottenere il vicesindaco non era possibile, una parte del Pdl ha cercato di procurarselo in altro modo. Finendo per perdere del tutto la possibilità di entrare in giunta, oltreché una valanga di voti e di consiglieri.
Il motivo di tanta follia politica? Secondo Castelli è molto semplice: “Il potere. Tutta questa vicenda, dalla caduta della Faggi al mio “avvelenamento”, è stata animata dalle piccole logiche del potere locale”. Che alla fine hanno fatto fare al centrodestra un bel salto indietro. “La città adesso è in mano alla sinistra – dice Castelli – che naturalmente non sa – neanche da che parte iniziare per dare alla città quello di cui ha bisogno. E infatti l’unica cosa che e stata fatta in questi primi mesi di governo è stato mettere a punto il meccanismo per introdurre un consigliere comunale straniero e l’adesione, onerosa, al Centro per la pace e la cooperazione tra i popoli. Due iniziative di cui i lecchesi sentivano proprio l’urgenza…”.
Le “scortesie” e i veri e priori tradimenti del piccolo Pdl lecchese non devono però, secondo Castelli, avere ripercussioni politiche più generali, né tanto meno a livello provinciale. “A me – dice il viceministro – i giochetti della politica non interessano, io credo che se uno è stato eletto debba lavorare per i cittadini, il resto non conta. In Provincia l’intesa con il Pdl è ottima. Stiamo lavorando benissimo”.
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